Donna Canfora
Il racconto popolare ha come protagonista Donna Canfora, una bellissima donna di Ricadi, nobile e ricca, catturata dai Saraceni, mentre sulla spiaggia di Torre Ruffa osservava delle stoffe che erano state esposte per essere vendute.
Quando si trovò sulla nave dei Musulmani, mentre osservava la terra natale e gli amici che sulla spiaggia agitavano le braccia in un gesto disperato, si gettò improvvisamente in mare gridando: "Le donne di questa terra preferiscono la morte al disonore". Scomparve tra le onde, ma da allora, le acque del mare diventarono in quel punto di un azzurro cangiante, assumendo le sfumature del colore del velo che la donna portava.
Secondo la leggenda, l'eco generato dall'infrangersi delle onde sulla battigia e che si propaga nelle adiacenti campagne, non è altro che il lamento con cui la bella donna rapita saluta ogni notte la sua casa e la sua terra natale.
Adele, la suora fantasma
La leggenda, che si ispira ad una storia realmente accaduta a Catanzaro agli inizi dell’Ottocento (1830-1840), narra l’amore tra due giovani appartenenti all’aristocrazia catanzarese.
La protagonista, Adele, è la figlia appena ventenne del già allora defunto marchese De Nobili.
La ragazza vive, insieme alla madre e ai tre fratelli, nel palazzo che ancora oggi porta il nome della famiglia ( Palazzo De Nobili) ed è sede del Municipio. Adele s’innamora di Saverio, appartenente alla casata nobiliare dei Marincola. I due s’incontrano di nascosto in quanto la loro relazione è ostacolata dalle due famiglie, divise anche per le loro tendenze politiche: la famiglia De Nobili era fedele al governo borbonico, quella dei Marincola, progressista e rivoluzionaria, sostenitrice della politica indipendentista carbonara.
Gli innamorati s’incontrano ogni sera sotto la finestra di lei (l’ultima finestra a destra della facciata anteriore del Palazzo) e qui i due, con la paura di essere scoperti dai fratelli di lei, si scambiano baci e promesse d’amore. Una sera, il fratello maggiore di Adele si accorge dell’incontro dei due, apre il portone principale del palazzo e affronta Saverio che abilmente si difende e riesce a fuggire.
Adele, viene rinchiusa nella sua stanza, ma i due innamorati, per alcuni mesi riescono a incontrarsi: tutte le sere il ragazzo arriva sotto Palazzo De Nobili in sella al suo cavallo, i cui zoccoli sono ferrati d'argento. Il rumore emesso durante il galoppo è così diverso da quello degli altri cavalli che hanno gli zoccoli in ferro, al punto da essere un segnale per la ragazza, la quale può, affacciandosi alla finestra, vedere l'amato.
Una sera però il povero Saverio di ritorno dalla zona di Catanzaro
Lido, dove aveva ispezionato alcuni latifondi, viene ucciso da alcuni sconosciuti nei pressi della salita di rione Samà.
La morte di Saverio distrugge Adele che rifiuta il cibo e persino l'affetto dei suoi cari. In seguito, si viene a scoprire che ad uccidere il ragazzo sono stati i fratelli di Adele, fuggiti intanto sull’Isola di Corfù.
A questo punto Adele lascia Palazzo De Nobili e si rifugia a Napoli nel Convento delle “Murate Vive”.
É qui che prende i voti e trascorre il resto della sua vita. Adele
si considera morta per il mondo intero e non avendo il coraggio di
togliersi la vita, decide, pur soffrendo enormemente, di essere per sempre il simbolo del rimorso per i fratelli che hanno ucciso il suo amato, vittima incolpevole di un amore ostacolato.
Dopo la morte di Adele, molti testimoni giurano di aver visto una
figura spettrale, vestita da suora, aggirarsi nel Palazzo De Nobili.
Tra questi vi sono, per la maggior parte, gli impiegati del Comune di Catanzaro che, anche durante il giorno, vengono disturbati da rumori improvvisi (come lo strano trascinarsi di catene), dallo spostamento di oggetti e dall' improvviso chiudersi o aprirsi di porte. Anche gli uomini della vigilanza notturna dichiarano di aver visto lo spettro .
E’ uno spirito ancora carico di rancore e di odio quello di Adele.
Il fantasma della fanciulla torna nella casa paterna, con la
speranza di vedere, affacciandosi alla finestra della sua stanza, lo
spirito dell'innamorato. Questo, però non è più possibile: la finestra è stata murata. Poiché non è stata la fede a spingerla a prendere i voti ma la disperazione e l’odio, fu falso il suo giuramento a Dio, che la condanna a vagare per sempre.
Scilla e Cariddi
Su uno scoglio situato nello Stretto di Messina viveva Cariddi, una creatura mostruosa, figlia della Terra e di Poseidone che durante la sua vita di donna, aveva mostrato grande voracità. Quando Eracle attraversò lo Stretto con i buoi di Gerione, Cariddi li divorò.
Per punirla Zeus la colpì con uno dei suoi fulmini che la trasformarono in un mostro e la fecero precipitare in mare: da quel momento, tre volte al giorno Cariddi ingurgitava enormi quantità di acqua con tutto ciò che in essa si trovasse, inghiottendo anche le navi che si avventuravano nei suoi paraggi, vomitando poi l'acqua assimilata.
Quando Ulisse transitò per lo Stretto fu aspirato dalla corrente di Cariddi, ma ebbe l’idea di aggrapparsi a un albero di fico, che cresceva all'entrata della grotta in cui si nascondeva la creatura, cosicché, quando ella vomitò l'albero, Ulisse poté salvarsi e riprendere la navigazione.
Sulla sponda opposta dello Stretto viveva un altro mostro che attendeva al varco i naviganti. Era Scilla, nascosta nell'antro profondo e tenebroso, che si apriva nella roccia liscia e levigata, inaccessibile ai mortali.
A questo nome si ricollegano due distinte leggende. Secondo la prima, Scilla è una figura femminile, figlia di divinità diverse a seconda delle differenti versioni, circondata da sei cani feroci, che divorano tutto ciò che transita nei paraggi. Anche la storia di come Scilla sia diventata un mostro cambia nelle diverse tradizioni.
Nell'Odissea Omero racconta come Glauco, innamorato di Scilla, rifiutasse l'amore della maga Circe. Costei, per vendicarsi della rivale, mescolò erbe malefiche all'acqua della fonte nella quale Scilla si bagnava. Il corpo della giovane fu trasformato, cosicché dal suo bacino spuntavano i cani mostruosi.
Secondo altre versioni, Circe aveva trasformato la giovane su istigazione di Anfitrite, innamorata di Poseidone, che le aveva preferito Scilla. Oppure che Scilla era stata punita da Poseidone, per essersi innamorata di Glauco.
Ancora, una versione diversa attribuisce la morte della giovane allo stesso Eracle: quando questi transitò nella zona con i buoi di Gerione, Scilla ne mangiò alcuni; ne seguì un combattimento e Scilla fu uccisa.
La seconda leggenda racconta che Scilla era figlia di Niso, re di Megara, reso invincibile da un capello d’oro. Quando la Città fu assediata da Minosse, Scilla se ne innamorò e, per farlo vincere, tagliò il capello del padre, dopo essersi fatta promettere da Minosse che l'avrebbe sposata, se ella avesse tradito la propria città per amor suo.
Conquistata la città, però, Minosse, inorridito dal crimine commesso dalla giovane, la legò alla prua della sua nave ed ella annegò. Gli dei, mossi da pietà, la trasformarono in airone.
Ligea: una bellissima ninfa alata
Con le sorelle Partenope e Leucosia, Ligea costituiva una triade di sirene venerata soprattutto nella Magna Grecia.
Le creature tentarono di fermare Ulisse con il loro canto ammaliante, ma non vi riuscirono poiché Ulisse aveva chiesto ai suoi uomini di legarlo all’albero maestro della propria nave. Le incantatrici, in preda allo sconforto e all’umiliazione si gettarono nel mare in tempesta e vennero così scagliate in tre direzioni diverse: il corpo di Partenope venne gettato sulla costa napoletana, quello di Leucosia si arrestò alla foce del fiume Sele, mentre quello di Ligea, ancora viva, si fermò nel maestoso Golfo di Sant’Eufemia. Quando il mare si calmò, le onde, prima minacciose, lasciarono allo scoperto lo scoglio su cui giaceva Ligea, avvolta in reti da pesca. Quando i pescatori tornarono alla ricerca delle reti scampate all’ira del mare, su uno scoglio trovarono la sirena ormai stremata, ma sempre bellissima. Il pescatore più anziano pensò che quella creatura così bella dovesse essere salvata: così, avvolta con delicatezza nelle reti, Ligea venne trasportata poco lontano, su una collina circondata da acque salmastre. Adagiata su un letto di foglie ormai in punto di morte, fissò i volti di coloro che si erano amorevolmente presi cura di lei ed esalò l’ultimo respiro. I pescatori la seppellirono in cima alla collina. Da quel giorno quando erano in mare spesso rivolgevano il loro sguardo verso l’altura che si scorgeva in lontananza e molti affermavano di riuscire a vedere Ligea che con grandi ali sorvolava l’area e nelle notti di tempesta trarre in salvo i pescatori in difficoltà. Tempo dopo su quella collina sorse la città di Terina, una splendida colonia magno greca nota per la finezza dell’oreficeria e l’abilità dei propri artigiani, divenuti dei grandi maestri nell’arte del conio. Le monete di Terina recano impressa un’immagine della ninfa alata.
“Quanto a Ligea, naufragherà presso Terina
Sputando acqua di mare; i naviganti
La seppelliranno sulla riva ghiaiosa
Vicino ai vortici dell’Okinaros, che come
Un altro Ares dalle corna di toro, con le sue acque
Bagnerà il monumento della fanciulla alata”
Da Licofrone, Alexandra, vv. 726-731
La fata Morgana
Dalla costa calabra che dà sullo Stretto di Messina si assiste, anche se molto raramente, ad un fenomeno ottico-meteorologico per cui la costa siciliana appare ravvicinata e riflessa al centro del mare. Il fenomeno deriva da un'irregolare distribuzione dell'indice di rifrazione in alcuni strati dell'aria e si verifica raramente, in quanto occorre la combinazione di molti fattori atmosferici ed ambientali.
Quando questo fenomeno avviene, oltre alla costa siciliana riflessa nelle acque, si vedono anche le case, le persone e gli alberi.
Il fenomeno è visibile solo dalla costa reggina e viene attribuito ad un incantesimo della "Fata Morgana" o "Fata delle Acque", figura celtica, sorellastra e amante di Artù che possedeva il dono dei giochi d'aria e d'acqua.
La leggenda ci tramanda che, dopo aver condotto suo fratello Artù ai piedi dell'Etna, Morgana si trasferì in Sicilia tra l'Etna e lo stretto di Messina, dove i marinai non si avvicinavano a causa delle forti tempeste, e si costruì un palazzo di cristallo.
Si racconta che un giorno di Settembre, Ruggero il Normanno, stesse passeggiando solitario su una spiaggia della Calabria e contemplando la Sicilia meditava sul modo migliore per poter conquistare la regione, allora occupata dai Saraceni che ne avevano fatto una terra ricca e prosperosa.
Ad un tratto dal mare apparve una donna meravigliosamente bella, era la fata Morgana, che con un cenno offrì a Ruggero la splendida Sicilia, improvvisamente li a due passi da lui. Guardando nell'acqua egli vedeva nitidi, come se potesse toccarli con le mani, i monti dell'isola, le spiagge, le campagne e il porto di Messina. Il Re entusiasta balzò giù da cavallo e si buttò in acqua, sicuro di poter raggiungere a nuoto l'isola, ma l'incanto si ruppe e il sovrano annegò. Quella visione era un miraggio, frutto di un incantesimo di Morgana. Il fenomeno si ripete ancora oggi in agosto e in Settembre, quando nei giorni calmi e limpidi d’estate, da Reggio si vede specchiato, limpido e preciso, il litorale siciliano con le case, le piante, i giardini, le navi e perfino gli uomini.